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La prima guerra mondiale.

1 . La prima guerra mondiale come esito del capitalismo
imperialista.

Da: G. Lehner, Economia, politica e societ nella prima guerra
mondiale, G. D'Anna, Messina-Firenze, 1973 .

Il dibattito storiografico sulla prima guerra mondiale, ricorda
Giancarlo Lehner nel seguente passo,  stato a lungo caratterizzato
dalla polemica sulle responsabilit delle varie nazioni. Solo in tempi
pi recenti la discussione e le ricerche si sono spostate sulla
questione delle cause di fondo. Queste, secondo alcuni storici in gran
parte di ispirazione idealistica, sono da ricercare soprattutto nei
rapporti politico-diplomatici e negli atteggiamenti culturali del
periodo prebellico. Altri studiosi invece ritengono maggiormente
determinanti i fattori di ordine economico; la storiografia di
orientamento marxista in particolare considera lo scoppio del primo
conflitto mondiale come lo sbocco inevitabile del capitalismo giunto
alla fase imperialistica.

La pubblicistica e la storiografia dell'ultimo mezzo secolo si sono
poste a pi riprese il problema delle origini del primo conflitto
mondiale. Tale indagine, per,  molto spesso scaduta nella semplice e
banale ricerca delle responsabilit, ora dei singoli, ora delle
nazioni.
Da un lato si denunziano le responsabilit della Germania, dei suoi
governanti e dei tedeschi in genere, guerrafondai per predestinazione
e brutali per natura; da un altro, specie in Italia, la "colpa" 
fatta risalire all'Austria-Ungheria che soltanto con una vittoria
prestigiosa in un grande conflitto poteva rimandare il proprio fatale
declino. Altre volte si sono messe in luce le provocatorie pretese del
panslavismo serbo-russo o, specie da parte tedesca, sono state mosse
precise accuse alla politica anglo-francese mirante all'accerchiamento
politico ed economico della Germania. Il quadro finale offerto da tali
argomentazioni presenta tutti i belligeranti, a seconda dei punti di
vista, ora nelle vesti dei colpevoli, ora in quelle delle vittime. La
"ricerca della responsabilit" operata da gran parte della
storiografia sulla prima guerra mondiale , perci, un falso problema
ed una pesante eredit della propaganda bellica. Il meccanismo
propagandistico tendente a raffigurare l'avversario come "straniero"
e, quindi, "diverso", "disumano", "malvagio", e di conseguenza
"colpevole", a parte altre motivazioni, corrisponde all'antichissimo
rito della "colpevolizzazione del nemico" che ha accompagnato tutte le
guerre umane e interessa, perci, piuttosto la psicologia e la
polemologia [scienza sorta nella seconda met del ventesimo secolo che
si occupa delle motivazioni profonde della conflittualit tra gli
uomini e tra gli stati] che la ricerca storica.
Le accuse reciproche, insomma, non servono a spiegare il perch della
guerra, ma ne rappresentano soltanto la partigiana e sciovinistica
giustificazione.
Accanto alla ricerca delle responsabilit, la storiografia della
guerra 1914-'18 si  posta il problema delle sue origini. Storici di
prestigio come Benedetto Croce, Eduard Fueter, H.A. L. Fisher, Liddel
Hart, Fritz Fischer, Gerhard Ritter, A.J.P. Taylor, Denis Mack Smith,
Piero Melograni, Alberto Monticone e tanti altri - la bibliografia 
sconfinata - hanno ricostruito con puntiglio e precisione le battaglie
diplomatiche ed il clima politico dell'anteguerra, i conflitti
territoriali (l'Alsazia-Lorena, i Balcani contesi tra l'impero
asburgico e la Russia zarista, eccetera), la concorrenza industriale e
finanziaria, gli stati psicologici dell'opinione pubblica, e via via
tutto ci che facilitasse la comprensione del periodo storico
prebellico.
La storiografia di ispirazione idealistica, per, non si  molto
curata di ricercare le radici degli attriti, li ha, cio,
semplicemente descritti. Le "ragioni", cos, anche quando vengono

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offerte, rimangono occasionali e contingenti. Il Croce, per esempio,
d come sottofondo di quell'atmosfera tesa lo stato di generale
malessere dello spirito e dei valori occidentali, immettendo cos
(come far dinanzi al fenomeno fascista) nell'analisi storiografica la
categoria del patologico. L'inglese Fisher arriver al punto di
dolersi perch la "pacifica e felice Europa (sic!)" vide il "processo
ascendente del benessere civile improvvisamente troncato da un
delitto", come se l'attentato di Sarajevo, di per se stesso, avesse
avuto il potere di scatenare la guerra. Lo svizzero Fueter, prendendo
anch'egli in prestito la terminologia patologica, giustificher il
bellicismo delle Potenze Centrali (Germania e Austria) con lo stato di
"nervosismo" e di "irrequietezza" delle loro popolazioni. E cos via
sino agli americani Allan Nevins e Henry Commager che giustificano
l'intervento del loro paese con la ripresa della guerra sottomarina da
parte della Germania e l'impossibilit di garantire altrimenti l'onore
scosso degli Stati Uniti. E lo stesso Fueter, del resto, aggirer il
problema delle origini in maniera magistrale, scrivendo nella sua
Storia universale (1921) che "le guerre, dopo l'introduzione del
servizio militare obbligatorio, hanno preso proporzioni cos
gigantesche e la vita economica delle nazioni europee [...] si  resa
a tal segno dipendente dal funzionamento regolare delle vie
internazionali di comunicazione, che nessun conflitto per se stesso
merita veramente di scatenare una guerra". Come a dire che la guerra
dei tempi moderni resta, comunque, una scelta irrazionale ed
immotivabile.
Gi molti anni prima dello scoppio del primo conflitto mondiale,
studiosi ed uomini politici di formazione marxista avevano previsto la
guerra e ne avevano analizzato e denunciato le ragioni. Nei congressi
della Seconda Internazionale socialista tenuti a Stoccarda (1907),
Copenaghen (1910) e Basilea (1912) gli ordini del giorno riguardarono,
appunto, la eventualit d'un conflitto generale e la risposta politica
che il movimento socialista avrebbe dovuto, in quel caso, dare. La
convinzione che al pi presto le potenze capitalistiche sarebbero
giunte alla resa dei conti nasceva, oltre che dai sintomi manifesti
rappresentati dalle crisi internazionali sempre pi frequenti,
dall'analisi precisa della logica imperialistica in cui la guerra era
un elemento necessario.
Il concetto di "imperialismo", definito ancora come sinonimo di
colonialismo dai suoi primi fautori (Robert Seeley, Charles Dilke,
eccetera), trov negli economisti Hobson e Hilferding la sua giusta
collocazione e definizione. Sulla loro scia fior tutta una serie di
studi e di interpretazioni che furono alla base del pensiero e della
lotta politica del movimento socialista. Specie dopo il saggio di
Lenin (L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916) il concetto
di "imperialismo"  assurto a categoria interpretativa per definire
una precisa fase della storia umana che non  ancora terminata. [...]
La storiografia marxista, riprendendo l'analisi leniniana ("la guerra
1914-'18 fu imperialistica, cio di usurpazione, di rapina e di
brigantaggio, da ambo le parti") e avendo gi una sua precisa risposta
al problema delle ragioni della prima guerra mondiale, ha portato
avanti lo studio storico ed economico dell'imperialismo nei singoli
paesi piuttosto che isolare il conflitto come un fatto a s stante.
Dal russo E. V. Tarle al nostro Rosario Villari, la storiografia
marxista ha infatti inserito il nodo storico della guerra mondiale
all'interno del pi ampio discorso riguardante la fase imperialistica
del capitalismo, un periodo che di fatto non s' ancora concluso.
L'ultimo studio in ordine di tempo d'uno storico marxista (R. Villari,
Storia dell'Europa contemporanea, 1971) definisce cos il motivo di
fondo del conflitto: "La lunga ondata di espansionismo aggressivo che
era stata sollevata dall'imperialismo [...] potenzi al massimo la
carica esplosiva e fu la causa pi generale della corsa agli armamenti
intrapresa dalle grandi potenze con un ritmo ed in proporzioni tali da
superare largamente ogni esperienza del passato". Spiegata in chiave
di confronto imperialistico, diviene anche pi evidente la ragione
della novit della guerra che assunse, per la prima volta nella storia
umana, un carattere totale ed una dimensione mondiale.

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2 . Le origini politiche della guerra.

Da: P. Renouvin, Il secolo diciannovesimo. L'Europa al vertice della
potenza, 1871-1914, Vallecchi, Firenze, 1961 .

Le trasformazioni economiche hanno certamente inciso sulle relazioni
tra gli stati, ma lo scoppio della guerra  stato unicamente "il
risultato inevitabile di quest'urto fra gli interessi materiali?".
Secondo lo storico francese Pierre Renouvin le rivalit economiche tra
gli stati, gi manifestatesi alla fine dell'Ottocento, non sono le
prime responsabili del conflitto mondiale; a questo si  giunti solo
"nel momento in cui si sono violentemente urtati i disegni politici:
la preoccupazione di salvaguardare la sicurezza o il desiderio di
potenza".

Le rivalit tra gli imperialismi coloniali hanno spesso raggiunto il
punto critico in cui gli avversari sembra abbiano detto la loro
"ultima parola"; e tuttavia i conflitti non sono andati oltre lo
stadio delle minacce: la questione dell'Afghanistan  stata regolata
nel 1885 da un compromesso anglo-russo; il governo inglese, malgrado
l'importanza dei mercati d'Estremo Oriente per l'economia britannica,
ha abbandonato alla Russia, nel 1898, Port Arthur; e il governo
francese, per quanto desideroso fosse di riaprire la questione
d'Egitto,  indietreggiato, al momento di Fascioda, dinanzi alla
prospettiva di un conflitto armato. In fondo i governi e i popoli si
sono resi conto che questi urti per interessi materiali non valevano
una guerra, e tantomeno una "grande guerra" e neppure una guerra.
Anche la concorrenza fra le economie nazionali non sembra abbia avuto
un'influenza decisiva. Nella tensione tra la Francia e la Germania e
nelle difficolt russo-tedesche, gli interessi economici hanno avuto
senza dubbio una parte, ma una parte secondaria, per quel che 
consentito di concludere allo stato attuale delle ricerche. E nel
"caso tipo" - la rivalit commerciale anglo-tedesca - che cosa
vediamo? Gli ambienti d'affari inglesi, anche quelli che sono pi
direttamente "toccati" dalla concorrenza tedesca, pensano forse di
eliminare questa concorrenza con le armi? Nessun indizio permette di
ritenerlo; e le condizioni di spirito dei finanzieri della City,
avversi, nel luglio 1914, alla politica d'intervento armato sul
continente, impongono una risposta negativa. I grandi industriali
tedeschi avevano interesse, per evitare pericoli possibili, ma futuri,
a far guerra alla Russia, il loro migliore fornitore europeo, e
all'Inghilterra, il loro miglior cliente? Avevano forse bisogno di
aprirsi con la forza delle armi nuovi mercati esteri, quando la
prosperit delle loro imprese nel 1914 non correva affatto un pericolo
immediato, e si presentava loro la prospettiva di ampliare i loro
mercati in Asia Minore e in Africa attraverso accordi con la Gran
Bretagna? Bisogna senz'altro constatare che ne mancano le prove.
Certo la competizione fra gli interessi materiali ha contribuito a
formare la coscienza collettiva, ad appesantire l'atmosfera di
reciproca diffidenza e a rafforzare il "desiderio di potenza"; essa ha
dunque aumentato i rischi di guerra generale, ma non sembra esserne
stata la causa diretta.
Le forze spirituali e sentimentali hanno avuto un'influenza assai
differente.
Il sentimento religioso, sebbene non debba essere trascurato anche in
quest'epoca in cui il razionalismo ha compiuto tanti progressi, ha
avuto certo una parte secondaria nelle relazioni internazionali. [...]
L'influenza delle ideologie politiche, delle concezioni riguardanti la
forma del governo o delle societ  stata pi importante?
L'antinomia fondamentale fra i regimi politici, il profondo disprezzo
dello zar per le istituzioni repubblicane, l'indignazione talora
manifestata dalla maggioranza parlamentare francese per i metodi
dell'autocrazia russa, non hanno impedito l'alleanza franco-russa,
mantenuta quasi senza periodi di crisi per pi di vent'anni. E la
Seconda Internazionale, malgrado il rapido

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sviluppo dei partiti socialisti, non  riuscita a diventare una forza
capace di esercitare un'azione efficace sulle relazioni politiche fra
gli stati.
Ma l'affermazione del sentimento nazionale  uno dei caratteri
essenziali dell'epoca. Proteste delle "minoranze nazionali" sottoposte
alla dominazione straniera da un lato, e sviluppo, dall'altro, dei
movimenti nazionalistici che non si limitano a invocare gli interessi
della sicurezza dello stato e ad appellarsi a tradizioni o a principi
permanenti, spesso contestabili e illusori, ma si esprimono in
desiderio di prestigio e in volont di potenza. I movimenti nazionali
sconvolgono la penisola balcanica, mettono in pericolo l'esistenza
dell'Austria-Ungheria, preoccupano la Russia e la Gran Bretagna. Il
nazionalismo si afferma nella maggior parte dei grandi stati europei,
nel tempo stesso in cui sta alla base della nuova potenza giapponese;
il sentimento nazionale finisce con il risvegliarsi perfino in Cina,
quando la pressione europea vi diviene troppo pesante.
In diversi casi questa forza si serve degli interessi economici o
finanziari, che divengono strumenti dell'azione politica invece di
costituirne il movente: la politica doganale, la politica
d'investimenti di capitali sono spesso mezzi d'azione usati dagli
stati per soddisfare il loro desiderio di potenza.
La spiegazione storica non pu essere pi semplice di quanto non sia
il comportamento dei gruppi umani. Quando essa isola uno degli aspetti
di questo comportamento, essa lo snatura perch, fra le sollecitazioni
degli interessi materiali e l'impulso dei nazionalismi, esiste una
reciproca influenza. Nel 1914 l'andamento delle relazioni fra gli
stati e i popoli sarebbe certo stato assai diverso se la vita
economica del mondo non avesse subto, durante il mezzo secolo
precedente, profonde trasformazioni. Ma la guerra europea  stata il
risultato inevitabile di quest'urto fra gli interessi materiali? In
effetti il conflitto non  sopraggiunto che nel momento in cui si sono
violentemente urtati i disegni politici: la preoccupazione di
salvaguardare la sicurezza o il desiderio di potenza. Certo gli
interessi economici potevano aver posto in questi stessi disegni: i
governi e i popoli non ignoravano i vantaggi materiali che un successo
avrebbe procurato loro. Ma non  stato questo calcolo a determinare la
loro rassegnazione o la loro scelta. L'impulso decisivo  venuto dai
sentimenti e dalle passioni nazionali.
